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Jealousy, Jealousy

Summary:

Perché ora Manuel si ritrovava lì, in piedi, nel bel mezzo della stanza di Simone, con l'altro ragazzo seduto sul letto che si spettinava i capelli imbarazzato e con un timido sorriso dipinto sul volto. Come se non gli avesse appena mollato una bomba nucleare dritta in testa.

«Mimmo, uh... Mimmo mi ha baciato, l'altro giorno.»

 

[Post S02E08]

Notes:

Questa fic nasce dal fatto che questa stagione ci sta privando di Manuel che viene a sapere dei Mimmone e soffre male, e anche dal fatto che volevo scrivere qualcosa in cui i Mimmone facevano i fidanzatini carini quali sono. Si ignora bellamente tutto il dramma con Molosso, faremo finta sia tutto magicamente risolto.
Spero vi piaccia <3

Work Text:

Ok, forse Manuel aveva leggermente trascurato Simone, in quei giorni.

Non che se ne facesse chissà che colpa, visto che aveva i propri cazzi per la testa, tra la scoperta della figlia di Nina e il fatto che, buongiorno, aveva un padre e pure una sorella - però, ecco, ammetteva di non aver prestato attenzione più di tanto a ciò che succedeva nella vita di Simone.

Grave, gravissimo errore.

Perché ora si ritrovava lì, in piedi, nel bel mezzo della stanza di Simone, con l'altro ragazzo seduto sul letto che si spettinava i capelli imbarazzato e con un timido sorriso dipinto sul volto. Come se non gli avesse appena mollato una bomba nucleare dritta in testa.

«Mimmo, uh... Mimmo mi ha baciato, l'altro giorno.»

Le guance di Simone si erano arrossate dopo aver pronunciato quelle parole. Aveva alzato lo sguardo, alla ricerca di una sua reazione. Manuel era troppo impegnato a non far crollare la propria mascella a terra per anche solo provare a fare una faccia da poker.

«Lui ti ha baciato?» esclamò incredulo, incapace di qualsiasi altro pensiero.

L'espressione di Simone si fece corrucciata. Oh no.

«In che senso "lui"?» disse, con il tono difensivo di chi è chiaramente sul piede di guerra.

Forse Manuel stava per pestare un merdone. Forse il suo cervello era troppo scioccato dalla notizia per mandare un segnale alla propria bocca e tenerla chiusa per una buona volta. «Cioè, ti ha baciato lui? Sul serio? Ma se manco pareva gay!» sbottò, ed un altro pensiero si fece largo tra il sovraffollamento che aveva in testa. «Questo ti sta solo a pija' pe' culo, Simo'!»

La vista della mascella contratta di Simone lo fece quasi arretrare di un passo.

«No, Manuel, si dà il caso che io possa piacere a qualcun altro senza che quella persona debba per forza avere secondi fini, grazie tante.»

Manuel si morse il labbro. Non era quello che voleva dire. «Non intendevo questo, Simo', eddai.»

Simone incrociò le braccia al petto. Sembrava si stesse chiudendo a riccio, lo sguardo puntato a terra. «Anche io posso essere amato» sussurrò.

A Manuel si strinse il cuore in petto.

Era proprio un coglione.

Gli si avvicinò piano e gli si inginocchiò di fronte. Il viso di Simone era poco più in alto del suo e dovette alzare la testa per guardarlo. Gli poggiò una mano sulla spalla e la strinse forte. «Simo'» lo chiamò, e gli occhi di Simone furono immediatamente sui suoi. Sospirò. «Se è una cosa che te fa felice, allora so' felice pe' te» disse, forzando ogni singola parola ad uscire dalla sua bocca. La cosa non gli piaceva per nulla, ma vedere Simone in quello stato gli piaceva ancora meno.

La faccia di Simone si fece sorpresa. «Davvero?» chiese, quasi speranzoso.

«Certo» mentì spudoratamente. «Ma sappi che se fa qualcosa io quel Mimmo lo corco di botte, eh» aggiunse, perché voleva corcarlo di botte per davvero dopo tutto quello che gli aveva fatto passare. Ora gli serviva solo una buona scusa - perché lo sapeva, quel carcerato del cazzo prima o poi avrebbe fatto un passo falso con Simone - e si sarebbe finalmente potuto levare quello sfizio, e Simone non sarebbe più stato nelle sue grinfie. Sarebbe andato tutto liscio.

Doveva solo avere pazienza.

***

Manuel si rese presto conto di aver sottostimato un po' troppo le armi di seduzione delle quali un napoletano poteva disporre. Tipo, i cazzo di nomignoli.

«Teso', lo vuoi lo zucchero nel caffè?»

Davanti al chiosco di scuola, Mimmo stava porgendo una bustina di zucchero a Simone, il quale la stava guardando come fosse un oggetto alieno. Si era bloccato con la tazzina di caffè fumante a mezz'aria, in evidente stato di shock.

Manuel non era stato così fortunato ed aveva sputato sul bancone tutto il caffè che aveva bevuto giusto un secondo prima che Mimmo aprisse bocca, guadagnandosi un'occhiataccia assassina da parte del barman.

Simone si ricompose prima di lui. «Uh... No, grazie, lo prendo amaro» rispose, ancora visibilmente stordito da quell'uscita improvvisa di Mimmo.

Quest'ultimo scrollò le spalle e ripose lo zucchero nel contenitore da cui l'aveva preso, completamente ignaro dell'effetto che quel teso' aveva avuto. Gli era palesemente uscito naturale, e la cosa lo rendeva ancora più pericoloso.

Manuel non era assolutamente pronto a quel che sarebbe arrivato nei giorni successivi.

***

Manuel e Simone erano in ritardo. La solita strada che prendevano per andare scuola quel giorno era chiusa per lavori e la deviazione aveva fatto perdere loro fin troppo tempo. 

«Mortacci loro» imprecò Manuel, quasi correndo per i corridoi insieme a Simone, che lo seguiva a ruota. «Proprio oggi che c'era la versione, mo' Lombardi c'ammazza.»
 
«Non mi ci fa' pensa' e muoviti» rispose l'altro, un po' affannato. 

Quando finalmente arrivarono di fronte alla classe ed aprirono la porta, pronti a mettere in scena il discorso più autocommiserativo del mondo per non beccarsi un due in pagella per direttissima a causa di dieci miseri minuti di ritardo, si ritrovarono di fronte uno spettacolo inaspettato.

Tutti i loro compagni di classe erano radunati intorno al banco di Simone, parlottando tra loro e osservando qualcosa che vi era poggiato sopra.

Lombardi era in piedi dietro la cattedra, arrabbiato come sempre, che cercava di richiamarli all'ordine, ma senza successo. «Direi che è arrivato il momento di lasciare stare queste futili questioni e tornare a pensare a Tacito, ragazzi!»

«Ma che sta succedendo?» chiese Simone, avvicinandosi verso il suo banco guardingo. Almeno venti teste si voltarono verso di lui e improvvisamente gli furono tutti addosso.

«Simo', ma mica ce l'avevi detto che c'avevi l'ammiratore segreto!»

«Cosa, scusa?»

La confusione di Simone a quelle parole era la stessa di Manuel, che cercò di avvicinarsi a sua volta al banco per vedere di cosa diavolo stessero parlando.

Si bloccarono entrambi quando videro l'oggetto incriminato. Era una rosa.

Una semplice rosa rossa, senza fronzoli, appoggiata perfettamente al centro del banco di Simone. 

Manuel non ci poteva minimamente credere.

Laura abbracciò Simone, rimasto paralizzato, e gli prese le mani tra le sue, eccitata. «Sono così contenta per te!»

«E chi è sto ammiratore segreto, Simo'?» si impicciò Luna, incapace di farsi gli affaracci suoi. Gli altri, ovviamente, non erano da meno.

«Ste cose agli amici si dicono, eh» puntualizzò Matteo, mettendogli un braccio attorno alle spalle e scuotendolo un po'. 

Forse il movimento fece tornare a circolare l'ossigeno nel cervello di Simone, perché si riprese dallo stupore e prese la rosa tra le mani, portandola a sé. Il suo sorriso a trentadue denti era abbagliante.

«Ma che scemo» si lasciò sfuggire, e fu la fine.

«Quindi sai chi è!» esclamò Rayan, seguito dalla cacofonia di voci che si unirono a lui in coro, reclamando un nome.

Manuel non ce la faceva più a sentirli urlare. «E basta, oh! Lasciatelo in pace! Nun je cagate er cazzo, su.»

Li afferrò uno ad uno e li allontanò da Simone tra le proteste generali, mentre l'altro stava ancora guardando quella rosa imbambolato come un cretino.

Lombardi si schiarì la gola. «Per una volta, grazie, Ferro. Ora tutti ai propri posti, che questi minuti non ve li faccio recuperare, sia chiaro!»

Tra uffa e sbuffi vari, tutti si sistemarono ai propri banchi, compreso Manuel. Si voltò verso Simone e lo vide sistemare con cura la rosa nel proprio zaino come se fosse la cosa più delicata del mondo. Il suo sorriso ebete non era ancora sparito.

«Ehi, Manuel» bisbigliò la voce di Nina alla sua sinistra, e si girò nella sua direzione. Lei era l'unica che era rimasta seduta tutto il tempo ad osservare da lontano, senza immischiarsi nei fatti della classe. Il suo sorrisino, però, era quello di chi la sapeva lunga. «È stato Mimmo, vero?»

Manuel sbattè le palpebre incredulo. Ma che c'aveva, la ragazza sensitiva? «E tu come cavolo fai a saperlo?» sibilò, per non farsi sentire da Lombardi che passava per i banchi a distribuire i compiti.

«L'avevi detto tu, no, che Simone lo guardava? L'avanzo di galera alla fine ce l'ha fatta. Forse non era così male, eh?» disse, rilanciandogli indietro le sue stesse parole con un'espressione soddisfatta.

Manuel aprì la bocca per replicare che, fino a prova contraria, quello in carcere ci stava ancora, ma fu fermato dalla mano di Lombardi che gli porgeva la propria verifica. Quindi Manuel incassò - dignitosamente, s'intende - e si concentrò nel cercare di non beccarsi una bella insufficienza in latino.

Il fatto che ogni tanto rivolgesse lo sguardo a Simone per controllare se stesse ancora guardando il proprio zaino per terra era un dettaglio insignificante. 

***

Quella mattina, Simone stava canticchiando. E Simone non catticchiava mai, figurarsi appena sveglio mentre faceva colazione.

«Oggi siamo di buon umore, vedo» disse Manuel, addentando la propria brioche calda.

Simone si bloccò e sgranò gli occhi, come se non si fosse neanche reso conto di quello che stava facendo. Si schiarì la voce. «Sì, si può dire di sì» gli rispose, prima di tornare a bere il proprio caffèlatte.

Il pomeriggio del giorno prima lo aveva passato tutto in biblioteca con Mimmo. A "studiare".

Seh, forse anatomia.

Al solo pensiero per poco non gli venne da sboccare. Si limitò a non fare ulteriori commenti, o quella giornata sarebbe iniziata malissimo. 

Finirono velocemente di fare colazione e risalirono in camera per lavarsi i denti e prendere le proprie cose prima di uscire. Quando Manuel finì il proprio turno in bagno e tornò in camera per chiamare Simone, lo trovò seduto sul letto con le cuffie sulle orecchie a sorridere davanti al cellulare.

Cercando di non farsi notare, si avvicinò in punta di piedi e gettò un'occhiata allo schermo del telefono.

A Manuel doveva essere venuto un'aneurisma, perché altrimenti non si spiegava quello che aveva appena visto.

«Stai ascoltando Gigi D'Alessio?!»

Simone fece un balzo olimpionico degno di Tamberi e scattò in piedi. Il movimento improvviso fece staccare le cuffie dal telefono e le note di una canzone neomelodica rimbombarono nella stanza. 

«Annare', comm'aggia fatt a sta luntan 'a te, ma che cunferenza s'ha pigliat o' tiemp a ce vere' spartut...»

Simone mise immediatamente pausa. Aveva le guance che gli andavano a fuoco.

Manuel era a dir poco sconvolto. «Ma che te sta a fa' pure il lavaggio del cervello, quello?»

«Me l'ha fatta ascoltare ieri e mi è entrata in testa» si giustificò l'altro, mettendosi il telefono in tasca. «Non mi pare così strano.»

Oddio, si era rincoglionito totalmente. «È strano perché è una merda di canzone napoletana, Simo', ma che cazzo stai a di'.»

Simone incrociò le braccia al petto e lo fulminò con lo sguardo. «A me piace. E il napoletano è bello.» Abbassò improvvisamente lo sguardo a guardarsi le punte delle scarpe. «È... romantico.»

Manuel era a tanto così da afferrarlo per le spalle e scuoterlo per rimettergli a posto gli ingranaggi nel cervello che, per forza di cose, gli erano finiti fuori asse.

«E poi non sono cazzi tuoi» aggiunse infine Simone, prima di afferrare lo zaino e uscire dalla stanza senza aggiungere un'altra parola.

Se Simone rischiava di rincoglionirsi erano eccome cazzi suoi, pensò, prima di recuperare le proprie cose e raggiungerlo in cortile.

***

«Ma ti rendi conto? Gigi D'Alessio! Quello me lo sta a trasforma' in un tamarro del cazzo come lui!»

Poggiata al muretto davanti scuola, Nina lo stava guardando con un sopracciglio rialzato e la faccia di chi non si beve le stronzate. «E quindi?»

A volte Manuel arrivava a dubitare della propria sanità mentale, perché non era possibile che fosse l'unico a vedere quanto quella situazione fosse sbagliata. «Come "e quindi"? Ma mi ascolti quando parlo?»

Nina alzò gli occhi al cielo. «Sì che ti ascolto, e pure troppo. Stai sempre a parlare di Simone e Mimmo, come se stessero facendo chissà che cosa. A me sembrano carini.»

A Manuel stava per venire una sincope. «Cor cazzo che lo sono!» 

Nina lo guardò bene negli occhi. Manuel si sentì un po' in soggezione. Iniziò a sudare freddo, anche se non sapeva bene il perché. 

«Ma non è che sei geloso?»

Il cuore di Manuel saltò un battito.

«Co- cosa?» balbettò. 

«Sei geloso del tuo migliore amico? Che non passa più molto tempo con te per starsene col ragazzo? Guarda che è normale, a volte succede.»

Manuel pensò a tutte le volte che aveva voluto spaccare la faccia a Mimmo, il che capitava ogni volta che lo vedeva, ed una vocina interiore gli stava dicendo che non era quello il modo di reagire alla vista della persona che il proprio migliore amico stava frequentando. La ignorò bellamente. 

«Io non sono geloso di nessuno, sono solo oggettivo» disse, perché era la verità. Erano tutti gli altri a parer essere impazziti.

Nina gli diede un buffetto canzonatorio sulla guancia. «Ma certo, Manuel, certo» disse, prima di staccarsi dal muretto e avviarsi verso l'ingresso di scuola.

Proprio lì di fronte, Manuel notò Simone che porgeva a Mimmo una busta con quelli che dovevano essere cornetti e quest'ultimo che l'afferrava, sfiorando quasi impercettibilmente le dita dell'altro.

Manuel seguì Nina a ruota prima di rischiare di iniziare ad urlare dalla frustrazione.

***

La pausa intervallo, per Manuel, era sacra. Era l'unico momento delle giornate scolastiche in cui poteva alzarsi dal proprio posto, stiracchiarsi, fare due passi e prendersi il terzo caffè della giornata prima che la testa potesse scoppiargli a causa del susseguirsi altrimenti ininterrotto delle lezioni.

Quindi il fatto di ritrovarsi improvvisamente Mimmo tra i piedi era a dir poco sacrilego.

Simone stava di fronte alla macchinetta, porgendo a Mimmo il caffè che aveva preso apposta per lui. «Tieni, è ancora caldo.»

«Grazie» rispose Mimmo, sorridente. Non se lo fece ripetere due volte e iniziò a sorseggiare il proprio caffè. Che gli aveva comprato Simone. Così come colazione e pranzo. 

Che accattone di merda. 

Forse il suo obiettivo erano proprio i soldi di Simone. Ce lo vedeva, un tipo del genere, a usare certi mezzucci per fare scalata sociale e approfittare del cuore tanto grande quanto cieco di Simone Balestra. Doveva fare qualcosa.

Diede un'occhiata ai suoi vestiti. Gli andavano larghi, come al solito, e sogghignò. «Ao, Napoli, ma dalle parti tue non se trovano i vestiti con le taglie giuste?»

Quella sua frecciatina non ebbe per nulla l'effetto desiderato.

Mimmo si fece rosso in viso. «Oh. Uh...» balbettò, toccandosi i laccetti della felpa. «È che... questi vestiti erano di Simone.»

Un pugno dritto dritto in piena faccia. K.O. tecnico.

Anche Simone si era fatto tutto rosso. «Ah» fu tutto ciò che fu in grado di dire.

«Me li portava tuo padre quando stavo ancora a Nisida» spiegò Mimmo, ma Manuel non trasse alcun beneficio da quella spiegazione. Proprio per nulla.

Simone si schiarì la gola. «Ti stanno bene» disse. «Mi... piacciono i miei vestiti su di te.»

Manuel voleva tanto prendere a testate la macchinetta del caffè fino a dimenticare quello scambio.

Spostò lo sguardo dall'uno all'altro, vide i loro sorrisi imbarazzati e il fatto che lo stavano bellamente ignorando e per la prima volta sentì di essere lui quello di troppo tra i tre. Gettò con prepotenza nella spazzatura il bicchierino di caffè vuoto e se ne tornò in classe da solo, fumante di rabbia.

***

Simone e Mimmo non avevano ancora fatto nessuna dichiarazione pubblica sulla loro relazione, ma i loro atteggiamenti si erano comunque fatti mano a mano sempre meno nascosti anche quando si trovavano in mezzo ad altre persone.

Se si fermavano a parlare in corridoio, Mimmo prendeva la mano di Simone per stringerla nella sua per qualche secondo prima di lasciarla andare di nuovo, in un gesto quasi automatico. Se se ne andavano da qualche parte in motorino dopo scuola, Simone si stringeva a Mimmo in una maniera che andava decisamente oltre la semplice sicurezza del viaggio. Se la loro classe si fermava in cortile a parlare prima o dopo scuola, ecco che Mimmo appariva al fianco di Simone, così vicini che le loro braccia si toccavano.

Tutti in classe avevano ormai fatto due più due, ma miracolosamente, per una buona volta, nessuno aveva fatto alcun commento al riguardo, lasciando a Simone il giusto spazio per parlarne quando e come avrebbe desiderato. Che, per inciso, Manuel sperava che quel quando fosse mai.

Quindi Manuel, ormai temprato nel vedere quei due fare i - che schifo - piccioncini, non si era scomposto più di tanto nel vedere Mimmo mettere casualmente un braccio attorno alle spalle di Simone mentre erano in un angolo del corridoio a parlare con Viola e Rayan. Simone si era limitato a guardarlo un po' sorpreso ma a sorridergli, accettando quel gesto d'affetto pubblico.

«Questa partita di venerdì sarà tosta» stava dicendo Rayan, che sembrava aver trovato in Simone la sua anima gemella sportiva, visto che quei due non la smettevano mai di parlare di calcio l'uno e rugby l'altro ogni volta che ne avevano l'occasione. 

«A chi lo dici. La settimana prossima ho un'altra trasferta, ci stiamo facendo il culo in questi giorni» rispose Simone, quasi felice di quello che aveva appena descritto. Manuel i patiti di sport non li avrebbe capiti mai.

«Tu oggi hai gli allenamenti, giusto?» chiese Viola, rivolgendosi a Rayan. «Ti vengo a vedere, allora.»

Rayan sorrise radioso e si chinò a baciarla. «Certo, sarei felicissimo.»

Manuel sorrise. Era contento che sua sorella avesse trovato una persona come Rayan da avere al suo fianco, dopo tutta la merda che le era successa nella vita. Se lo meritava.

I due li salutarono ed iniziarono ad avviarsi verso la classe, visto che la campanella stava per suonare, ma Manuel preferì rimanere indietro e sfruttare il tempo libero a disposizione fino all'ultimo secondo.

Si voltò verso Simone per chiedergli di più sulla sua inminente partita, ma quel che invece vide gli fece scattare in testa i campanelli d'allarme. Mimmo sembrava pensieroso.

Non era mai una buona cosa.

Quello si voltò verso Simone. «Amo', posso veni' a vederti agli allenamenti di oggi? In biblioteca non devo fa' niente sto pomeriggio.»

Manuel vide Simone diventare color pomodoro davanti ai suoi occhi. Lui voleva solo tapparsi le orecchie per sempre per non sentire mai più una cosa come amo' uscire dalla bocca di quel carcerato di merda.

«Certo che puoi venire» rispose Simone, dopo alcuni secondi di silenzio a bocca aperta nei quali Manuel aveva incominciato a temere seriamente che gli si fosse definitivamente buggato il cervello.

Mimmo sorrise. «Appost allora. Così vedo pure come giochi.» 

Manuel notò che col pollice stava lentamente accarezzando l'incavo del collo di Simone. 

Lo sguardo di quest'ultimo era focalizzato interamente su Mimmo con una intensità che Manuel aveva visto solo una volta, per lui - no, cosa cazzo stava andando a pensare, meglio frenare quella linea di pensiero prima di vederla schiantarsi a cento all'ora dritta contro un muro. 

Simone alzò velocemente lo sguardo per vedere chi ci fosse in giro, vide che ormai il corridoio era mezzo deserto, poggiò una mano sul viso di Mimmo e si abbassò per dargli un veloce bacio a stampo.

Qualcosa di vivo si contorse nello stomaco di Manuel.

Una volta separati, gli occhi di Simone brillavano come stelle. Quella vista gli fece più male di una coltellata dritta in petto. 

***

A Manuel stavano ufficialmente girando i coglioni.

Non ce la faceva più a sopportare quella costante presenza indesiderata tra i piedi. Quei due erano diventati la colla, e pareva che non potesse più avere un momento libero da solo con Simone. E anche quando lo otteneva, l'argomento Mimmo in qualche modo usciva sempre fuori. Era asfissiante.

Doveva prendere in mano la situazione, ed anche in fretta.

Con la scusa di dover andare al bagno, quella mattina Manuel sgattaiolò fino in biblioteca dove, come sempre, c'era Mimmo, indaffarato a catalogare quasi da zero tutti i libri.

In quel momento gli stava dando le spalle, indaffarato a posare un tomo particolarmente voluminoso su uno scaffale, e probabilmente non aveva ancora notato la sua presenza. Lo chiamò ad alta voce. «Ehi, tu! Te devo parla'!»

Mimmo si voltò di scatto. Aggrottò le sopracciglia. «È succies coccos a Simone?»

«Non è successo niente al tuo caro Simone, non preoccuparti» disse, avvicinandoglisi. Mimmo doveva aver percepito che non era lì per una visita di cortesia e sollevò il mento per apparire più minaccioso.

Manuel gli arrivò abbastanza vicino da colpirlo in petto con l'indice della mano. «Hai rotto il cazzo tu e sta farsa, smettila di stare attorno a Simone e lascialo in pace per una buona volta.»

A quelle parole, Mimmo sogghignò. «Non penso proprio che il mio ragazzo ne sarebbe felice, sai?» 

Fu quel mio ragazzo ben scandito che lo fece andare ai matti. «Io non so tu che cazzo vuoi da Simone, ma se ti vedo fare anche solo un passo falso facendogli del male sappi ti vengo a cercare.»

Mimmo si fece estremamente serio. Gli afferrò la nuca e portò la fronte di Manuel a toccare la sua. «Se mai dovessi fare del male a Simone» disse in tono glaciale, «ti autorizzo io a me scomma' 'e sangue.»

Manuel rimase spiazzato. Mimmo stava facendo sul serio. Gli stava davvero dicendo di picchiarlo se avesse mai fatto soffrire Simone.

Ebbe un flash di tutte le volte in cui lui lo aveva fatto soffrire senza essersi beccato nemmeno un pugno di rimando, come invece avrebbe meritato. Si allontanò di scatto.

Senza dire una parola, girò sui tacchi e uscì fuori dalla biblioteca. Si rese conto dopo qualche passo di star piangendo.

Ripensò a Simone. A quello che aveva passato, a quello che Manuel gli aveva fatto passare. Forse, pensò, avere qualcuno come Mimmo al suo fianco era esattamente quel che si meritava.