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Dubai 2022
I passi di Louis, che si allontanavano svelti verso l’uscita dell’attico e poi oltre la soglia, sembrarono risuonare per diversi minuti, anche dopo che l’uomo si fu lasciato alle spalle l’epicentro del disastro.
La prima cosa che il cervello di Daniel riuscì a formulare fu che l’aria sembrava rarefatta, l’atmosfera come uno spazio liminale in cui ogni movimento risultava rallentato, ogni respiro troppo rumoroso, ogni pensiero confuso.
Si voltò verso la distruzione all’interno della stanza e gli tornò in mente di quando lavorava per la UC Berkeley. Si era lasciato convincere da David Garcia ad accompagnarlo a questa mostra fotografica sulla Seconda Guerra Mondiale. Era finito accanto a una bella ricercatrice di un’università vicina ed aveva avuto un’uscita infelice di fronte a una foto dai dettagli piuttosto crudi. Il suo sguardo lo aveva fatto sentire un completo coglione.
Forse lo era.
Di fronte a quel caos, sentì anche un istinto ridicolo di voler aiutare a ripulire. Si immaginò raccogliere il vetro, i libri caduti da quella stupida libreria volante, il calcinaccio lasciato dall’impatto del corpo dall’altra parte del muro.
Il corpo dall’altra parte del muro.
La realizzazione di non essere solo, di non essere in nessuno spazio liminale e di trovarsi in una posizione scomoda (nella più rosea delle previsioni) fu come una doccia fredda. Doveva togliersi dai piedi.
Signor Molloy.
Cazzo.
Venga qui, signor Molloy.
CAZZO.
Il pensiero di darsela a gambe gli sfiorò la mente, sostituito immediatamente dalla consapevolezza che, probabilmente, non sarebbe riuscito a raggiungere incolume nemmeno il corridoio che portava all’uscita.
Saggio.
Daniel chiuse gli occhi e respirò profondamente. Doveva essere fatto. Affrontare le conseguenze delle proprie azioni e tutto il resto. Certo, raramente le proprie azioni portano a una fine tragica e dolorosa.
Che regina del dramma. Si sbrighi, Signor Molloy, non abbiamo tutta la notte.
Tentò di svuotare la mente il più possibile mentre avanzava verso la stanza incriminata, incerto se questo potesse essere d’aiuto ad impedire che Armand gli si infilasse a forza nel più profondo del cranio.
Fu inutile.
Ogni sorta di pensiero vorticava e si accavallava, mischiato ad ansia e preoccupazione. Forse era stato troppo fatalista, probabilmente il vampiro aveva la schiena spezzata ed era impossibilitato a muoversi. Forse, avrebbe davvero potuto tentare uno scatto verso l’ingresso.
O forse no.
La scena che gli si parò davanti ridusse in cenere ogni sua strategia di fuga. Armand gli dava le spalle e versava quello che sembrava essere whisky in due bicchieri di cristallo poggiati su un tavolino. Posò la bottiglia e, tenendo una mano sospesa sopra uno dei due bicchieri, si incise il polpastrello con un’unghia affilata e fece cadere qualche goccia di sangue all’interno del liquido ambrato.
Lo sguardo di Daniel seguì tutto il processo, incluso il momento in cui Armand, voltandosi verso di lui, portò alle labbra il dito e alzò lo sguardo per incrociare il suo.
Lui era...diverso. La sua postura era lontana anni luce da quella rigida e trattenuta del Falso Rashid né tanto meno sembrava fragile, remissivo e affranto come si era mostrato davanti a Louis.
La posizione era aperta, la schiena dritta (fin troppo per uno che fino a qualche minuto prima doveva averla rotta), il mento alzato e il suo sguardo facevano sentire Daniel...turbato.
Gli occhi di Armand lo fissavano e lui si sentiva bruciare, faceva fatica a respirare, si sentiva...a casa?
Scosse la testa per scacciare via la confusione e, prima che potesse dire qualsiasi cosa, Armand accennò un piccolo sorriso, prese entrambi i bicchieri e, appoggiando quello destinato a Daniel sul bracciolo di un divano, si accomodò su quello che gli stava di fianco e cominciò a sorseggiare il suo whisky.
I suoi movimenti erano sinuosi, sicuri e aggraziati in un modo che ricordava a Daniel un grosso, pigro felino.
“Posso assicurarle, Signor Molloy, che ho corretto solo il mio e che, come ho assicurato al nostro amato Louis, non ho intenzione di ucciderla. Prego.”
Indicò il divano dove aveva poggiato il bicchiere e Daniel decise di muoversi da dov’era inchiodato e prendere posto dove gli era stato suggerito.
L’espressione di Armand sembrò distendersi in qualcosa che assomigliava a una lieve soddisfazione. Daniel vide se stesso come un cagnolino da circo: tre piroette, una ricompensa, e l’approvazione generale. Lo fece incazzare.
“Quindi, cos’è tutto questo? Mh? Il bicchiere della staffa prima di mettermi a dormire definitivamente?”
“Come ho già detto, signor Molloy, lei questa notte non morirà.”
“Credo non ci sia bisogno di spiegarti perché non ti vedo come una garanzia di rassicurazione e correttezza, Armand. Te lo chiederò di nuovo, cos’è tutto questo?”
Indicò con un dito lo spazio fra loro.
“Fino a qualche minuto fa eri riverso in terra, con uno sguardo da premio Oscar per la migliore espressione affranta, non riuscivi a muoverti, non riuscivi a proferir parola. E adesso? Testa alta, Whisky corretto, pezzi di calcinaccio portati come glitter. A proposito, ti stanno divinamente.”
Armand sorrise di nuovo brevemente e distolse lo sguardo dal viso di Daniel per fissarlo sul proprio bicchiere.
“Mostrarmi debole agli occhi di Louis serviva a placare la sua furia, altrimenti, mi creda, dallo scontro non sarebbe uscito incolume nemmeno lei.”
Vuotò il bicchiere e lo appoggiò sul tavolino posto in mezzo ai divani.
“Tralasciando il fatto che il mio amato Louis, per quanto impetuoso, non potrà mai eguagliare il mio potere — che, sia chiaro, non avevo alcuna intenzione di esercitare.
In fin dei conti, signor Molloy, lei si è premurato di raccogliere ogni prova necessaria a ritrarmi come il carnefice del suo racconto.
Louis aveva ogni motivo per agire come ha fatto. La resa e la remissività erano, in fondo, il minimo che gli dovessi.”
“Non sembri affranto.”
Lo sguardo di Armand ritornò a fissarsi sul viso di Daniel. La sua voce si ridusse quasi a un sussurro.
“Non lo sono.”
“Sta succedendo di nuovo, vero? Come a Parigi. Hai lasciato che Lestat spazzasse via tutto ciò che ti dava fastidio, come un uragano.”
Daniel si alzò, ignorando il terrore che la sua testa potesse staccarsi dal collo.
“Adesso sono io il tuo Lestat. Qui a liberarti dalla tua noiosa e grigia vita coniugale con un uomo che ti è rimasto accanto solo per fare un dispetto a quello che ritiene essere davvero l’amore della sua vita.”
Armand lo fissava, immobile come una statua, gli occhi luminosi e spalancati. Daniel camminava avanti e indietro, come una bestia in gabbia.
“C’è solo una cosa che davvero non riesco a spiegarmi. In Louis non vedevi il vero amore, quel sentimento puro e incontaminato che avete provato a vendermi per due settimane, aggiungendo il diabete al mio parkinson. No. In lui avevi visto una via d’uscita dall’ennesima prigione.”
Armand continuava a tacere, teneva le gambe accavallate ordinatamente, la schiena dritta come un fuso e fissava Daniel sputare sprezzante le sue sentenze.
“Ma tu detesti stare da solo, non è così? Sei passato da una prigione a un’altra, rimanendo per 77 anni con un uomo che ti odia. Cos’è cambiato, Armand?”
Daniel si fermò di fronte ad Armand, il respiro pesante e una rabbia che lo scuoteva dalle fondamenta e che non riusciva davvero a capire. Perché si sentiva così arrabbiato?
Armand serrò la mascella, sbuffò appena e, proprio in quel momento, Daniel capì cosa intendesse Louis quando parlava di sguardo apocalittico.
Armand era spaventoso, i suoi occhi sembravano due monete d’oro lucente. Vibrava di un’intensità che Daniel non riusciva a classificare. Il vampiro ai alzò dal divano e, con velocità spaventosa, azzerò lo spazio che li divideva.
“Sono cambiate molte cose da quando sei entrato in questa casa, Daniel.”
Daniel tentò di mettere distanza tra lui e Armand, ma il vampiro gli afferrò il braccio, trattenendolo senza sforzo.
La sua presa era in qualche modo gentile.
“Non servirebbe a molto provare a scappare, non è vero?”
Armand gli rivolse un piccolo sorriso triste.
“Non servirebbe, no.”
“Che ne è stato delle tue promesse sul non uccidermi?”
Armand passò le dita della mano libera fra i capelli argentati dell’uomo. Guardava Daniel come se volesse imprimerlo nella sua mente. Sembrava turbato dalla sola vista di Daniel così vicino a lui.
“A quanto pare, signor Molloy, non sono una garanzia di rassicurazione e correttezza.”
“Farà male?”
“Non ti farei mai del male.”
Daniel sbuffò leggermente, senza staccare gli occhi da quelli del vampiro. La sua voce si era affievolita. I suoi occhi erano intensi, affamati e in qualche modo fissavano Daniel con una sorta di riverenza. Daniel si sentiva preso in giro.
“Cinque notti a San Francisco provano il contrario.”
“Innumerevoli altre giocano a sostegno della mia tesi.”
Daniel aggrottò le sopracciglia. Di cosa diavolo stava parlando? Temette che il Parkinson stesse prendendo il sopravvento con un’accelerata da zero a cento. Si sentiva impazzire.
“Di cosa stai parlando?”
“Chissà.”
Armand cominciò a sbottonare la camicia di Daniel, i suoi movimenti pregni della solita grazia, ma il suo respiro era pesante, il suo sguardo nervoso.
Daniel rise piano. Aveva una paura fottuta, si, ma che diavolo, il suo futuro non prometteva essere questa passeggiata fra campi fioriti, no?
Rifletté allora sul concetto della vita che ti scorre davanti agli occhi al momento della morte e concluse che erano un mucchio di stronzate. Non pensava alla sua infanzia, all’adolescenza a Modesto. Non pensava a un bel niente se non alle sue figlie e a quel dannato libro che, alla fine, non avrebbe nemmeno scritto.
Guardava questo antico vampiro e non riusciva a capacitarsi del perché fosse cosi nervoso. Perché il suo respiro è irregolare? Perché le sue mani sembrano tremare? Perché i suoi occhi sono arrossati?
“Non mi sei sembrato così emotivo quando hai rincorso quel povero stronzo fino al burj kalifa, il pensiero del mio sapore ti da questa disperazione?”
Armand lo guardò dritto negli occhi, interrompendo bruscamente ciò che stava facendo.
“Possiamo dire così.”
Daniel sbuffò e spinse via le mani di Armand, sostituendole con le sue e finendo di sbottonare la camicia. Una volta fatto, la fece scivolare giù per le spalle, la appallottolò e la lanciò sgraziatamente sul divano.
Si voltò verso Armand e allargò le braccia nella sua maglia della salute bianca.
“Allora?”
Armand alzò un sopracciglio, lanciando uno sguardo alla camicia e poi fermandosi sull’espressione strafottente di Daniel.
“Ha tutta questa fretta di morire, signor Molloy?”
“Fretta? No. Ma sono un uomo pratico. So cosa mi aspetta in alternativa e penso, anzi, di doverti ringraziare. Sarà comunque meglio che morire nella demenza, nell’immobilità, nella mortificazione. Sei un’alternativa gradita allo sfumare della mia dignità, quindi fatti sotto.”
Armand lo fissava con gli occhi sbarrati. Che tipo strano. Sembrava quasi che gli importasse. Un pensiero ridicolo.
“É davvero un pensiero ridicolo.”
“Sta fuori dalla mia testa. Consideralo il mio ultimo desiderio.”
“Lascia delle persone amate.”
“Lascio dieci milioni di dollari alle persone amate. Che saranno comunque molto più di ciò che sono riuscito a fare per loro come padre.”
Il vampiro sembrò soppesare per alcuni momenti le parole di Daniel.
“Molto bene. Venga con me, signor Molloy.”
Armand lo prese per mano e lo condusse lungo il corridoio che conduceva da un lato dell’attico in cui Daniel non era mai stato. Dopo un paio di curve, entrarono in un’ampia stanza che si rivelò essere una camera da letto.
“Davvero, amico? Cos’è questo, il dispetto finale? Gli farai trovare il mio corpo freddo sul letto matrimoniale?”
Armand accennò brevemente un sorriso.
“In fin dei conti, Daniel Molloy, lei è la pietra tombale sulle spoglie del mio amore lungo quasi un secolo. Quale miglior posto per abbandonare la vita mortale?”
“Se volevi portarmi a letto, potevi almeno sforzarti e offrirmi la cena.”
Il vampiro lo ignorò, gli lasciò la mano e girò intorno al letto, avvicinandosi al servomuto. Si sfilò la maglia sporca di intonaco e la adagiò sulla gruccia. Il suo corpo era privo di cicatrici, gli era rimasto solo un grande livido sulla schiena, che sembrava comunque vecchio di almeno una settimana. Oltretutto, Daniel notò che Armand sembrava privo di sporco, i suoi capelli erano privi di intonaco o qualsivoglia residuo di...beh, di muro.
Era (o almeno aveva l’apparenza) di un giovane davvero bellissimo. Daniel rimase impalato di fianco al letto, ritrovandosi ad ammirare le sue forme. Il colore della sua pelle gli faceva pensare a metalli preziosi.
Improvvisamente ricordò questa donna che, coperta a malapena da veli bianchi e trasparenti, indossava una quantità esagerata di oro e gioielli. Chiuse gli occhi e riuscì a vederla chiaramente. Aveva la stessa pelle, i suoi capelli erano pece nera, setosi, bellissimi. Lo guardava sorridendo dal letto a baldacchino della loro camera da letto. Allargava le cosce setose e lo invitava a raggiungerla.
Vieni da me, Amato.
Ricordava di averla presa per tutta la notte. Di averla tenuta stretta, in mezzo all’opulenza che li circondava, al profumo di oli orientali speziati. Ricordava… aprì gli occhi e corrugò la fronte. Cosa stava pensando? Quand’era successo? Era… Era successo?
“Tutto bene, signor Molloy?”
Daniel alzò lo sguardo e vide Armand adagiato sul letto, fra grandi cuscini sicuramente soffici come piume di ali angeliche.
“Io...si. Sto bene. Stavo solo… Non è importante.”
Armand lo guardò per alcuni secondi, dopodiché allungo il braccio verso di lui, offrendogli la sua mano.
“Vieni da me, Daniel.”
Vieni da me, Amato.
Daniel spalancò gli occhi, spaventato. Era confuso. Era confuso da tutta la notte, ormai.
“Armand… So che ormai è fatta, non sto cercando di opporre resistenze inutili. Sarebbe stupido, sarebbe solo una perdita di tempo, ma...devo chiedertelo. Abbiamo già vissuto una situazione simile?”
Guardò dritto negli occhi di Armand, che lo guardava a sua volta come se lo studiasse, come se fosse curioso di scovare qualcosa in particolare. Sorrise.
“Mi sta chiedendo se ho già provato ad ucciderla? Beh, si, a San Francisco. Ma questa non è una novità.”
“No, io...lascia perdere. Cosa vuoi che faccia?”
“Si distenda qui.”
“Tra le tue gambe?”
“Ho forse indicato altrove?”
Daniel fece il giro del letto e si avvicinò ad Armand, che aspettava pazientemente. Si sedette sul bordo del letto per togliersi le scarpe e si arrampicò goffamente fra le gambe di Armand.
“Mi dia le spalle, Signor Molloy, si appoggi a me.”
Daniel sbuffò un’altra risata.
“Ci hai fatto caso? Continui a passare dal Signor Molloy a Daniel. Per essere un fissato della forma, fai abbastanza schifo ad applicarla.”
“A questo punto le chiederei se diventa sempre sgradevole in punto di morte, ma sospetto che per lei questa sia la prima volta.”
“Hai provato a fare una battuta, sono commosso! Tecnicamente è la seconda volta che sto per morire, ma la prima fra le braccia di un ragazzo mezzo nudo.”
“Come preferisce?”
“Cosa?”
“Come preferisce essere chiamato.”
“Pfft… chiamami Daniel e basta, quasi tutti quelli che mi hanno chiamato signor Molloy sono comunque una manica di stronzi.”
“Bene, Daniel allora.”
Incrociarono lo sguardo un’ultima volta. L’aria intorno a loro si era fatta più pesante. Era come se il silenzio stesse urlando a squarciagola.
“Puoi renderlo bello?”
“Lo farò.”
“Bene… Bene.”
Dare le spalle ad Armand e distendersi sul suo corpo fu stranamente confortevole. Il corpo del vampiro era freddo. Non sapendo dove mettere le mani, Daniel le portò ai fianchi di Armand, percorrendo le sue lunghe gambe vestite dei morbidi pantaloni neri.
Armand fu gentile. Accolse Daniel, massaggiandogli le braccia con attenzione. Sembrava quasi volesse evitare che Daniel sentisse freddo.
“Sei pronto?”
“Cazzo, no. Ma chi se ne importa.”
Armand avvicinò le labbra all’orecchio di Daniel, la sua voce un sussurro.
“Ragazzo coraggioso. Era Pompei.”
“Cos- AH!”
Non aveva idea di cosa Armand volesse dire, ma i suoi dubbi e le sue domande furono bruscamente interrotte dai denti affilati che gli trafiggevano la gola.
Aveva temuto quel momento più di tutto il resto quella sera. Probabilmente più della morte stessa. Il morso di Armand, invece, non era affatto come quello di Louis. I suoi denti erano più sottili, più delicati.
Il respiro di Armand era profondo e regolare, un gemito leggero lasciava la sua gola ad ogni deglutizione. Era dannatamente erotico. Daniel abbandonò la testa sulla spalla di Armand, le estremità formicolanti, il cazzo duro quanto quello che sentiva premergli contro la schiena.
Guardò in alto e scoprì che uno specchio era stato installato nel soffitto. Riprendeva perfettamente i loro corpi avvinghiati. Armand lo teneva stretto, una mano sul costato, l’altra stretta su un pettorale di Daniel. Le sensazioni fisiche erano indescrivibili. Avrebbe potuto paragonarle alla migliore eroina sul mercato, al miglior sesso della sua vita, a un viaggio interstellare alla velocità della luce.
Sentiva Armand gemere piano e strusciarsi contro di lui e provò a raggiungere il proprio membro per darsi un po' di sollievo, ma inutilmente. Era troppo debole.
A un certo puntò credette di sentire la voce di Armand.
“Bevi, Amato.”
Ma era impossibile, no? Come poteva parlare mentre gli succhiava via la vita dal corpo?
Gli veniva da ridere e non riuscì a trattenersi.
Rise mentre una mano dalla pelle liscia e tiepida lo raggiungeva sotto ai vestiti, lì dove voleva essere toccato, dandogli intenso piacere.
Rise, tra un sorso e l’altro, mentre sangue caldo gli inondava la gola, saziando una fame straziante, che non aveva mai provato prima.
“Bevi, ragazzo affascinante, non pensare ad altro.”
E lui lo fece. Bevve fino a sentirsi scoppiare. Bevve fino all’orgasmo, alla sazietà, all’estasi più alta.
Alzò lo sguardo allo specchio e incrociò lo sguardo di Armand, che lo guardava con gli occhi spalancati dello stesso colore dei suoi. Lo stringeva, come se temesse che Daniel sarebbe sparito da un momento all’altro. Daniel, che stringeva il suo braccio con foga e affondava i suoi denti affilati nelle sue vene.
La voce di Armand era, adesso, solo un sussurro.
“Bevi, Amato.”
Daniel bevve e tutto si fece buio.
