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Il cielo stava ridendo, giuro. Tutto storto, tutto piegato. Il mare faceva su e giù, come un respiro che non ce la fa più. Sabbia dappertutto, sotto le unghie, nei pensieri. Il sole era un proiettile.
Io ero seduto, credo. O forse in piedi, chi lo sa. C’erano voci, voci che si scioglievano nell’aria come bolle di birra calda. Poi una, più grossa delle altre: un nome. Ripetuto, gridato. Uno di quei nomi che ti strappano dal torpore e ti fanno capire che qualcosa si è rotto.
La madre urlava. Il mare applaudiva. La gente correva ma restava ferma, tipo sogno sbagliato. Io ridevo. Poi no. Poi ho pensato che magari il bambino l’aveva solo capito prima di noi: che sparire è un modo di salvarsi.
Ho camminato verso l’acqua, che rideva anche lei, bastarda. Ogni onda sembrava una lingua che voleva spiegarmi qualcosa, ma parlava un dialetto di sale. Ho inciampato su un castello di sabbia, ho bestemmiato piano, come si prega.
Poi l’ho visto. Tra due scogli, un piccolo pezzo d’uomo. Gli occhi grandi, fermi, pieni di quel silenzio che sa di fine. Gli ho detto “ehi”, o almeno credo. Lui mi ha guardato come si guarda un fantasma che puzza d’alcol.
L’ho preso per mano. Mano piccola, viva. Calda come un colpo di sole. Abbiamo camminato indietro. Dietro, la madre urlava parole che non avevano più ordine. Tutti felici, tutti salvi, tutti niente.
Io mi sono seduto di nuovo. Ho guardato il mare — enorme, disonesto, bellissimo — e gli ho riso in faccia. Ho detto “non mi freghi, vecchio bastardo”. Poi ho bevuto un sorso e ho sputato nel vento.
Perché, in fondo, il mare è solo un ubriaco che non ha mai smesso di vomitare le sue storie.
